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Una Fragola al Giorno



Un lungo dialogo tra autore e lettore, una riflessione attenta e appassionata sulla letteratura del racconto e sui suoi principali protagonisti, una dichiarazione d’amore alla scrittura e, non ultima, alla lettura. A pesca nelle pozze più profonde di Paolo Cognetti è un libro destinato a fare breccia nei cuori di chi vi si accosta, di chi sfoglia le sue pagine e vi trova echi di letture passate, illuminazioni di ciò che era rimasto in sospeso, spunti di riflessione e titoli e autori tutti da scoprire. E infine è un ritorno a un personaggio molto amato e a un mondo, quello del Cognetti scrittore, in cui immergersi è sempre un piacere.

00:09 4 commenti


Prima di mettere l’estate in una scatola, mi piace ricordare le vacanze appena trascorse con una lettura piacevole fatta proprio in quei giorni. E’ la seconda volta che parlo di una graphic novel in questo blog, si tratta di un genere che ho scoperto da poco e mi fa molto piacere poter dire che continua a sorprendermi e a conquistarmi. Merito anche di La distanza, il libro a quattro mani del cantante Colapesce e del disegnatore Alessandro Baronciani, pubblicato da Bao Publishing, che porta con sé gli odori e i sapori dell’estate e quella malinconia insita in una stagione che sappiamo libera e dalle infinite possibilità, ma anche sempre troppo breve per viverle tutte.
22:08 4 commenti


L’invenzione della madre di Marco Peano è stato probabilmente una delle scoperte e sorprese dei primi mesi del 2015. Una storia forte, segnata dal coraggio di raccontarla; una prosa esordiente, nuova, eppure già consapevole e navigata; un romanzo delicato e  intenso al contempo, dove le parole del narratore, attraverso espedienti narrativi interessanti, capaci di sintetizzare altri linguaggi come quello cinematografico,  procurano emozioni contrastanti nel lettore, come una stretta allo stomaco che ti attanaglia fino all’ultima pagina, che fa male, risulta fastidiosa, per poi scoprire che era ciò di cui avevi bisogno.

21:26 5 commenti

Ci arrivo piano, ma ci arrivo anche io. Dopo anni a di attesa nella mia infinta wishlist, sono finalmente riuscita a leggere Il senso di una fine di Julian Barnes. Un libro tra passato e presente, la storia di un uomo che cerca di dare un senso a una vita passata sempre in retroguardia, un thriller o un romanzo esistenzialista, una lettura, insomma, che lascia spazio a molteplici piani di lettura e interpretazione e sa conquistarsi il lettore pagina dopo pagina, anche quando sembra prenderlo in giro fino a quelle ultime pagine in cui si intuisce, infine, la verità dietro l’intera vicenda. Ne sarà valsa la pena? Giudicate voi.

21:06 5 commenti

dimentica il mio nome copertina

Come dare torto a chi l’ha premiato come “miglior libro del 2014”. Dimentica il mio nome, pubblicato da Bao Publishing, è la consacrazione del fumettista romano Zerocalcare, al secolo Michele Reich, la sua ultima opera nonché la sua opera più matura, la conferma di un grande talento come storytelling, a dimostrazione del suo essere un narratore attento alle sue storie, capace di esprimere con passione il suo mondo, ma anche di farsi voce di un’intera generazione.

18:53 5 commenti

noi-david-nicholls

Dopo il successo di Un giorno, David Nicholls è tornato con un nuovo romanzo e una nuova storia, Noi. La storia di un amore, di una coppia che sembra essere giunta al capolinea ma che ancora non sa che direzione prendere, ma anche quella di una famiglia in cerca di quella forza e di quell’affetto necessario per ritrovarsi e rimanere uniti. La storia, infine, di un uomo che deve capire chi era, chi è diventato e cosa vorrà essere nel suo futuro. Attraverso un’Europa da cartolina, Nicholls ci parla dell’amore e lo fa con il suo immancabile stile, la sua scrittura spontanea e coinvolgente, in un dialogo continuo, ironico e commovente, tra protagonista e lettore che trasforma la sua storia in quella di tutti noi.

17:06 6 commenti

nemico amico amante cover grande

Il libro che vi propongo questa volta è ancora una volta una raccolta di racconti. Storie al femminile, ma non solo, frammenti narrativi che cercano di catturare un pensiero, un momento, un sentimento, un emozione. Premio Nobel per la Letteratura nel 2013, Alice Munro ci racconta vicende che profumano di normalità, vita di provincia, azioni e intimità quotidiane, ma che proprio per il loro essere ordinarie si rivelano, guardando con attenzione, tutta la straordinarietà insita nel vivere. Si parla di Nemico, amico, amante… di Alice Munro

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Titolo: Nemico, amico, amante…
Autore: Alice Munro
Traduttore: Susanna Basso
Anno: 2010
Editore: Einaudi
Pagine: 328
ISBN 9788858400531

 

 

 

Anni fa, prima che tanti treni su linee secondarie venissero soppressi, una donna dalla fronte alta e lentigginosa e una matassa di capelli rossi, si presentò in stazione per informarsi riguardo alla spedizione di certi mobili. L'impiegato faceva sempre un po' lo spiritoso con le donne, specie con quelle bruttine, che sembravano apprezzare.

21:55 7 commenti

stoner-john-williams_particolare

Premessa: questa molto probabilmente non sarà la recensione più originale fatta su Stoner di John Williams. Tuttavia, non credo che potrei scrivere qualcosa di diverso da una recensione positiva ed entusiasta su uno dei libri evento degli ultimi anni, in barba al fatto che Stoner ha quasi 50 anni. Perché Stoner è così, un libro che non ti aspetti, che non ti aspetti così bello.

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Titolo: Stoner
Autore: John Williams
Anno: 2012
Editore: Fazi Editore
Pagine: 334
ISBN 9788864112367

 

 

 

William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido. Quando morì, i colleghi donarono alla biblioteca dell’università un manoscritto medievale, in segno di ricordo. Il manoscritto si trova ancora oggi nella sezione dei "Libri rari", con la dedica: «Donato alla Biblioteca dell’Università del Missouri in memoria di William Stoner, dipartimento di Inglese. I suoi colleghi»

01:12 18 commenti

sofia-si-veste-sempre-di-nero-copia

Il libro di cui vi parlo questa volta è stato per me una scoperta. Non leggo molti italiani, ma in questo 2014 ho voluto dare loro qualche chance in più. Il risultato, questa volta, è stato decisamente positivo e mi ha permesso di scoprire un percorso autoriale interessante e a me molto congeniale, all’insegna di quella “poetica del frammento” che va sotto il nome di racconto. Il romanzo in questione diventa quindi un grande contenitore di storie e ogni capitolo è una finestra sul mondo della protagonista, visto però con gli occhi di chi le vive attorno. Un mosaico emozionante e coinvolgente che dà alla storia del racconto in Italia una nuova voce. Si parla di Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti.

 

sofia si veste sempre di  nero

 

 

Titolo: Sofia si veste sempre di nero
Autore: Paolo Cognetti
Anno: 2012
Editore: Minimum Fax
Pagine: 203
ISBN 9788875214401

 

 

 

 

Una notte l'infermiera si affacciò alla finestra del reparto e vide il furgone di lui fuori dall'ospedale. Gli abbaglianti lampeggiarono tre volte, poi si accesero di nuovo quando lei alzò il braccio per salutare. Chiese il cambio alla sua collega e scese per le scale di servizio fino all'ingresso fornitori, e lì, sotto una pioggia autunnale, l'uomo abbassò il finestrino e le disse di avere preso delle decisioni. L'infermiera lo squadrò, incerta se credergli o meno. Controllò che nessuno li vedesse e lo fece salire al primo piano, dove trovò una stanza vuota in cui potevano parlare in pace.

Nei baffi di lui c'era un sapore di vino sotto a quello solito di fumo. In camera la abbracciò e la spinse verso il letto, ma aveva modi che a lei non piacevano e fu respinto. Fece l'offeso. Aprì la finestra, accese una sigaretta e guardò fuori. Dopo un minuto disse: "Se piove ancora un po', qui ci spuntano le pinne come ai pesci". 

04:14 14 commenti

la bellezza delle cose fragili selasi

Questa volta vi parlo di un libro che fa parlare di sé già da mesi. Un libro dal titolo poetico, dalla scrittura estremamente contemporanea e dalla storia dai tratti universali e cosmopoliti. Un romanzo che sa imporsi nella mente del lettore e scendere più in giù, in profondità, grattando in quegli anfratti dove ci fa più male ma dove anche le sensazioni sono più autentiche. Il libro in questione è La bellezza delle cose fragili di Taiye Selasi.

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Titolo: La bellezza delle cose fragili
(orig. Ghana must Go)
Autore: Taiye Selasi
Anno: 2013
Editore: Einaudi
Pagine: 334
ISBN 9788806208028

 

 

 

 

Kweku muore scalzo, una domenica all'alba, le pantofole all'uscio della camera, come cani. In questo istante è fermo, tra la veranda e il giardino, indeciso se tornare a prenderle. Non lo farà. In quella camera dorme Ama, la sua seconda moglie: le labbra dischiuse, la fronte leggermente aggrottata, la guancia che cerca calda uno scampolo di fresco sul cuscino, e Kweku non vuole svegliarla.
Non potrebbe neanche se volesse.


01:54 7 commenti

per dieci minuti

Uscito lo scorso 20 novembre, Per dieci minuti di Chiara Gamberale è stato nelle ultime settimane in classifica tra i primi dieci libri più venduti in Italia. Un libricino che si basa su una filosofia semplice ma disarmante. Perché “i giochi sono per persone serie”.

 

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Titolo: Per dieci minuti
Autore: Chiara Gamberale
Anno: 2013
Editore: Feltrinelli
Pagine: 187
ISBN 9788807030710

 

 

 

 

Abitavo nella stessa casa di campagna, alle porte di Roma, da sempre, prima con i miei genitori, poi con una serie di coinquilini, poi con l’uomo che sarebbe diventato mio marito. Ero sposata da dieci anni, da otto tenevo una rubrica per un settimanale, “Pranzi della domenica”, che mi portava per una settimana, da domenica a domenica, a pranzare con una famiglia normalissima o assurda, comunque uguale solo a se stessa, e a raccontarla.


20:00 14 commenti

 

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Il libro di cui voglio parlarvi è stata una rivelazione e una casualità. Devo ringraziare lo staff della Hop! Edizioni per avermi inviato il comunicato stampa capace di incuriosirmi e, in seguito, il libro che ho adorato. Il libro in questione è Felicità Perduta di Anne Percin.

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Titolo: Felicità Perduta
(orig. Bonheur frantôm)
Autore: Anne Percin
Traduttore: Laura Tonani
Anno: 2013
Editore: Hop!
Pagine: 219
ISBN 9788897698098

In copertina: Heartcake ©Sylvia K

 

 

 

 

 

“Tutto è liquido questa sera. Piove da molte ore, il suolo è così zuppo che la pioggia fa un rumore sordo sfiorando la terra. Il rumore di una spugna strizzata, il rumore di un bacio intriso di saliva. Non c’è vento, solo l’acqua che cola in spesse falde, sciroppo di pioggia. Non c’è luna.”

 

Felicità perduta. Un titolo tutt’altro che facile da digerire, lo leggi e sai già che dietro di esso non ci sarà una storia semplice, un racconto che possa intrattenerci nei momenti di ozio facendoci allontanare per un po’ dalle umane miserie. No. Felicità perduta promette proprio quello che il titolo suggerisce: il viaggio in un dolore che tarda a svanire, la ricerca di una felicità che si crede scomparsa, destinata ad aleggiare come un fantasma nelle nostra vite senza però riuscire mai ad acchiapparla. O perlomeno così crede Pierre, il protagonista. E allora perché leggere Felicità perduta? Perché si tratta di un romanzo di leggiadra bellezza, fatto di quelle piccole cose che viviamo tutti, prima o poi, di quelle cose che ci sembrano insignificanti o senza senso, senza alcun valore eccetto che per noi, di quelle piccole cose che provocano nel nostro animo un misto di dolore per la loro schiacciante realtà e gioia nascosta, inspiegabile, che scaturisce dalla constatazione che il solo provarle significa essere imperfetti, umani e dunque veri. Una storia sulle vite “monotone, quelle piccole vite da mozzicone di candela, con gli episodi incatenati, da gioco dell’ultima sillaba” dove nessuno grida e declama, ma ognuno vive la propria intimità e le proprie emozioni con riserbo e cura. Una storia che proprio per questo ci fa immedesimare, ci fa commuovere e si fa amare.

Pierre è un ragazzo di straordinaria bellezza che a 28 anni lascia tutto per trasferirsi nella Sarthe, nel Nord della Francia. Abbandona Parigi, gli studi, il suo lavoro di modello e si ricostruisce una vita, un lavoro di restauratore di “anticaglie” da rivendere nei mercatini dei paesini dei dintorni, una casa a pochi passa dall’autostrada in cui ospita animali di ogni genere, di cui si prende cura e che invadono ogni spazio e superficie ma di cui è incapace di separarsene, un sogno nel cassetto, quello di pubblicare la biografia di Rosa Bonheur, misconosciuta pittrice del diciannovesimo secolo che dipingeva vacche e conduceva una vita diversa, fuori dall’ordinario, ma libera. Ha abbandonato anche il suo amore, Pierre, un amore grande e viscerale, la sua ragione di vita. E per capire i motivi della sua fuga, per comprendere le ragioni per cui amare non solo l’uomo della sua vita ma anche se stesso, Pierre deve condurre un viaggio dentro di sé, deve allontanarsi e poi tornare indietro. Felicità perduta è il racconto di questo percorso.

Anne Percin ci narra questa storia con grande leggiadria e poesia, svelandoci delicatamente i segreti più intimi di Pierre e dispiegando con grazia le circonvoluzioni del suo mondo: l’amore per R., il passato doloroso, i drammi familiari, la mancata accettazione di sé, l’anoressia, la lontananza, l’assenza, la paura, la morte e la rinascita. Pierre è un personaggio di grande sensibilità, con cui il lettore entra in sintonia con facilità, merito anche della narrazione in prima persona, che parte senza preamboli, immergendoci immediatamente nella vita solitaria ma estremamente affascinate del protagonista, affollata solo dai suoi fantasmi, i suoi ricordi pieni di sofferenza e le sue parole raccolte in quella sorta di diario di cui siamo lettori. La vita a La Fléche, gli incontri con la vicina Paulette, le nottate passate a riportare in superficie la memoria di Rosa Bonheur, specchio e alter ego di Pierre, la cui vita, un vero e proprio manifesto alla libertà e alla tensione perpetua a quella felicità che è legittima per ogni essere umano, diventa un metro di paragone con cui plasmare la sua di esistenza.  Gli occhi e i pensieri di Pierre ci aiuteranno a conoscerlo meglio, ad apprezzare le piccole cose che Pierre ama, a superare ciò che lo affligge,  a vivere con lui quelle luci e ombre che rendono la vita a volte difficile, altre impossibile, altre ancora incredibilmente bella, ma soprattutto la rendono quella che è, unica e sempre degna di essere vissuta appieno, perché come dice Paulette: “la vita continua, che vuoi mai”. bonheurEd è proprio l’accettazione di questa verità che aiuta Pierre ad accogliere il cambiamento e con esso, forse, anche la felicità che si credeva perduta.

Felicità perduta è il secondo libro in uscita per la collana “Bonheur , i libri della felicità”, una linea di narrativa che affronta il tema della ricerca della felicità e degli innumerevoli modi con cui è perseguita. Il libro di Anne Percin è quanto mai appropriato e saprà conquistarvi. Sottolineerete molte righe, vi soffermerete su diversi punti e amerete tornare indietro per assaporare un brano che non vorrete dimenticare. E alla fine della vostra lettura, avrete la sensazione che un nuovo pezzo del puzzle sia andato al suo posto. La chiamano felicità.

 

“La felicità, quando arriva all’improvviso, non bisogna divorarla troppo in fretta, bisogna farne piccole provviste, per i giorni che verranno. Perché arriveranno poi giorni interi, completamente neri”

 

L’AUTORE

anne percin

 

 

Anne Percin è nata a Epinal nel 1970. Oggi vive in Borgogna.

Ha scritto alcune opere per adolescenti e alcuni romanzi.

Felicità perduta ha vinto nel 2010 il premio  Jean Monnet des Jeunes Européens.

 

 

 

 

FRASI

> Ci si abitua a tutto, del resto, anche a respirare dietro un bavaglio.

> È lo stesso per chi abbiamo lasciato: non lo uccidiamo. Smettiamo solo di vivere nel timore che se ne vada. Barattiamo la paura di perderlo con la speranza di un suo ritorno.

> Ma scrivere non è dimenticare. Scrivere non consola, scrivere non mente. scrivere è vivere, vivere, vivere, esistere ancora di più, ancora più intensamente, e la sofferenza, ben lontana dal collassare, monta, potente, nei polmoni, con tutte le sue forze, parole e grida.

> La certezza che ho di amare è il solo bene che mi sembra immortale.

 

SOUNDTRACK: Berlin – RY X

03:51 5 commenti

Questo mese si vola oltreoceano. Verso il Sud America, ricco di suggestioni ma anche di storie strazianti, avventure affascinanti, momenti di grande commozione. Ad accompagnarci ci sarà Luis Sepulveda. Il libro in questione è La frontiera scomparsa.

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Un nonno anarchico che porta a passeggio il nipotino ogni domenica, cercando di indirizzarlo verso la “giusta” strada. Per farlo, regala al nipote un biglietto per andare da nessuna parte. Per viaggiare alla ricerca di una frontiera scomparsa, che porta ai territori della felicità. Così inizia La frontiera scomparsa, un libro che è ricerca e raccolta, di viaggi, esperienze ed emozioni. Nelle sue pagine Sepulveda riversa la sua storia e quella dei suo paese, il Cile, dove visse e fu testimone di momenti difficili, turbolenti, dolorosi. Il golpe, il carcere, l’esilio. fino a raggiungere quella frontiera di cui il nonno raccontava quando era un bambino.

Luis Sepulveda è un narratore straordinario, capace di rendere un’avventura anche una semplice incursione al supermercato. E quando racconta il suo Paese, quando racconta la sua America Latina, i cui immensi territori ha visto con i suoi occhi mentre camminava sulle sue strade in cerca di un posto dove un giorno fermarsi, Sepulveda si trova nel suo ambiente e il risultato è un viaggio di grande fascino e commozione in sua compagnia, dove l’immaginazione è libera di volare in quelle terre e la mente non può far altro che riflettere sul mondo, la Storia, l’umanità intera.

La frontiera scomparsa è un libricino di quasi 130 pagine, una raccolta di racconti che corrispondono ad altrettante tappe del viaggio del protagonista, provenienti dal Cile, dall’Argentina, dall’Ecuador, dalla Colombia e via fino alla Spagna. Ogni racconto è un luogo diverso e suggestivo, un’avventura in compagnia di persone che il nostro protagonista incontra strada facendo, affascinanti ed enigmatiche, ma soprattutto ogni racconto è una tappa di un cammino cominciato in Cile tanti anni fa che porta un giovane uomo in giro per il mondo alla ricerca della felicità, con il cuore colmo di dolore per la prigionia vissuta e l’esilio a cui è costretto e un senso di incompleto che aleggia nella sua vita costantemente in movimento, sensazione data da chi ha visto le proprie idee crollare all’improvviso e si ritrova a reinventarsi una nuova esistenza lontano dalle proprie origini e da coloro che amiamo.

La parte più difficile di questo libro è, forse, quella in cui si raccontano i giorni della tortura e della prigionia. Giorni dolorosi, in cui non sempre è facile dare un senso alla propria esistenza, ma che non per questo mette fine allo scorrere della vita. In quelle carceri si studia, si parla di filosofia e letteratura, si cucina, si allevano polli e si curano piante, si  cerca di creare una normalità in condizioni del tutto al di fuori della norma. D’altronde la prigione è solo una tappa del lungo viaggio a cui il protagonista è destinato e con esso il lettore scopre l’anima profonda dell’America del Sud, le ferite provocate dalla sua storia, ma anche i colori, i suoni e i suo odori. Perché la vita non è solo lacrime e accanto ai momenti in cui il protagonista si sente solo e perso ve ne sono altri allegri, ironici, divertenti in cui il protagonista cresce, matura, scopre l’uomo e il mondo, in un processo di formazione che lo vede imparare ad accettare ciò che è, a discapito della Storia e della Vita con le sfide che ci mette di fronte.

La frontiera scomparsa è un percorso di vita, un ritornare sui propri passi per fare delle proprie esperienze un racconto sensazionale. Un viaggio intenso, come lo sguardo del bigliettaio mentre scruta il cileno davanti a lui, desideroso solo di andare; intenso come l’incontro con persone che fanno parte di un passato che sembra ormai appartenente a un’altra vita; intenso come il chiacchiericcio di Aparicia con i suoi uccelli; intenso come il respiro di quel vecchio che dorme a Martos con il quale sentirsi a casa.

Conoscere la vita di Sepulveda aiuta sicuramente a comprendere meglio questo libro. Ma anche se conoscete poco la sua storia, anche se non la conoscete affatto e questa è la prima volta che ne sentite parlare, la scrittura di La frontiera scomparsa e la maestria di Sepulveda saranno in grado di affascinarvi fin dall’inizio e trascinarvi in questo emozionante viaggio lungo una frontiera che, in realtà, non è  mai scomparsa, ma è in ognuno di noi.

VOTO:

 

FRASI

frontiera-cile-argentina> Le amicizie si costruiscono ben strette con la malta degli intimi dolori che non hanno bisogno di parole

> Le storie non si limitano a staccarsi dal narratore, lo formano anche: narrare è resistere.

> “Che succede fratello?”
   “Chiudi la bocca o te la chiuderanno loro.”
   “Ma cosa abbiamo fatto, fratello?”
   “Forse abbiamo chiamato fratelli dei figli unici.”

> Bisogna essere coerenti con le decisioni che ci consiglia il cuscino

> Nessuno deve vergognarsi di essere felice

> Uno è di dove si sente meglio

 

 

 

Colonna sonora: De Usuahia a la Quiaca – Gustavo Santaolalla

Ti consiglio un tè: questa volta più che un tè, vi consiglio una delle bevande più tipiche del Sudamerica: il mate o yerba mate. Si tratta di un infuso fatto con le foglie dell’erba mate, una pianta tipica dell’America Latina, che, seguendo un procedimento che gli spagnoli appresero dagli indios guaraní, viene essiccata, tagliata, sminuzzata e infusa con lo stesso procedimento del tè. La bevanda si beve calda.

02:27 7 commenti

Una recensione sul fil di lana quella di settembre. Ma non posso rinunciarvi, perché voglio parlarvi di un libro che consiglierei a tutti, anche al mio “McIver” personale. Sto parlando di La versione di Barney di Mordecai Richler.

La versione di Barney

 

 

 

Titolo: La versione di Barney (orig. Barney’s Version) |
Autore: Mordecai Richler |
Traduttore: M. Codignola | Anno: 1997 |
Editore: Adelphi | Pagine: 490 |
ISBN: 9788845919824

 

 

 

 

 

“

Tutta colpa di Terry. È lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l'altro mettendomi a scribacchiare un libro alla mia veneranda età violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo. Non posso lasciare senza risposta le volgari insinuazioni che nella sua imminente autobiografia Terry McIver avanza su di me, le mie tre mogli (o come dice lui la troika di Berny Panofsky), la natura della mia amicizia con Boogie e, ovviamente, lo scandalo che mi porterò fin nella tomba

”

Per questa volta, lasciatemi iniziare con un’affermazione lapidaria, forse un po’ scontata, ma che è la prima cosa che mi viene  in mente quando penso a questo romanzo. La versione di Barney è geniale. Geniale nella sua scrittura, geniale nella creazione del protagonista nonché narratore e geniale nella realizzazione del mondo che ruota attorno ad esso.
Irriverente, ironico, incontrollabile, Barney Panofsky è un personaggio difficile da gestire, poco malleabile, che vi creerà problemi, soprattutto all’inizio, e non sempre riuscirete a comprenderlo, ma – è inevitabile – finirete per amarlo.

La storia di Barney è un’avventura incredibile che il protagonista ci racconta, per sua stessa ammissione, a difesa di ciò che afferma Terry McIver, scrittore canadese con cui si conosce da oltre 50 anni e vive un rapporto di rispetto misto a rivalità. All’inizio non sarà facile seguire il racconto di Barney: le sue parole viaggiano libere nel tempo e nello spazio, saltando dalla Parigi degli anni ‘50 al Canada degli anni ‘90 (il libro è del 1997 n.d.r.), dalle disavventure con la Seconda Signora Panofsky all’agognata vita familiare con l’amatissima Miriam e i suoi tre figli, dalla morte della mai dimenticata Clara alla misteriosa scomparsa di Boogie. Le storie e le immagini che esse evocano, a volte amare, altre tristi, altre ancora esilaranti, svolazzano tra le pagine e si inseguono l’una con l’altra, in un movimento farfallino che pare richiamare quella malattia che presto colpirà Barney e la sua memoria e che, perciò, rende questa autobiografia più preziosa che mai. Come sulle montagne russe, seguiamo Panofsky nella sua rievocazione di una vita straordinaria e al di fuori delle convenzioni, un’esistenza davvero degna di essere vissuta e raccontata, e finirà per conquistarci pagina dopo pagine, fino a un finale, assegnato a uno dei suoi figli in un simbolico passaggio di testimone, che saprà stupire e far sorridere ancora una volta.

Lo stile del memoriale sebbene sui generis, il linguaggio informale e fin troppo colloquiale – direi anche sguaiato in più punti –, la narrazione in prima persona, fanno del personaggio di Barney il centro di tutto il libro, il suo fuoco, senza il quale la storia non avrebbe lo stesso significato né la stessa verve e capacità di intrattenimento. Allo stesso tempo, sono queste scelte stilistiche a determinare il personaggio, a conferirgli quel carattere e la sua identità, a decretarne l’esistenza ai nostri occhi di lettore. Attorno a lui si muove una moltitudine di personaggi, visti e descritti sempre dal suo bisbetico punto di vista, al punto da apparire come le sue molteplici facce e sfumature. Solo una voce si alza solista e distinta, quella del figlio Mike, attraverso le sue note di revisione e le ultime pagine che, con un cambio di prospettiva, ci presentano Barney dall’esterno, visione inedita per il lettore e alquanto straniante, che amplifica il dolore del distacco a pochi passi dalla fine del libro.

Con La versione di Barney, Richler sembra prendere in giro il genere biografico, la narrativa tutta, la storia raccontata, il suo protagonista e anche se stesso. Una scrittura sagace, arguta, piena di ironia e sarcasmo conferisce al romanzo un aspetto spesso palesemente cinico, derisorio e caustico, ma è capace anche di dare vita a pagine di profonda emozione e grande sensibilità e note di lirismo, come quando Barney parla della straziante scomparsa di Clara, della sua adorata Miriam che amerà per sempre o ricorda la sua amicizia con Boogie e descrive il dolore per la sua perdita, di fronte alle quali il lettore non può che commuoversi. Con La versione di Barney si ride e si piange, in un connubio perfetto.

Il merito di Richler è di aver creato un personaggio imperfetto, scomodo, che fa di testa sua e si inventa scrittore per difendere quella che è stata la sua vita, decidendo lui le regole e i criteri della narrazione. Un personaggio unico nel suo genere, in cui lo scrittore ha raccolto molte delle sue passioni (tra cui l’immancabile sigaro e il whisky) e ne ha fatto il suo alter ego letterario. La versione di Barney è, quindi, anche la versione di Richler. E la mia versione dei fatti è che con questo romanzo ci si trova di fronte a un personaggio memorabile, un grande scrittore e un libro imperdibile.

VOTO:

 

FRASI

Con La versione di Barney è difficile estrapolare semplici frasi. Vi sono interi brani stupendi e degni di memoria, ma che qui sarebbe troppo lungo riportare. Vi propongo allora giusto un paio di frasi, prese qua e là, per darvi un assaggio:

> Non so raccontare una storia senza distorcerla. Per dirla tutta, sono un contaballe nato. Ma del resto cos'altro è uno scrittore, anche se alle prime armi come me?

> Ma ho anch'io i miei principi. Non ho mai venduto armi, droga o cibi dietetici.

> Ebbro? Intendi sbronzo? Ovvio che sono sbronzo. Sono le quattro del mattino.

> ...mi sono portato a letto la Vita di Samuel Johnson, libro da cui non mi separo mai - più che altro perchè, casomai spirassi nel sonno, è quello che vorrei mi trovassero sul comodino.

> La verità è che di tanto in tanto adoro ritirarmi nel cottage, la scena del mio presunto assassinio, e aggirarmi con un bicchiere in mano per le stanze vuote dove un tempo risuonavano le risate di Miriam e gli strilli gioiosi dei bambini. Sfoglio i vecchi album di fotografie, tirando su col naso come un vecchio rimbecillito.

 

La colonna sonora: I’m your man di Leonard Cohen

Ti consiglio un tè: più che un tè, questa volta vi consiglio una bevanda al tè. Più whiskey. Immaginare Barney Panofsky è impossibile senza un bicchiere in mano. Così in suo onore perché non gustare un Hot Doddy. Per prepararlo servono earl grey, whiskey, zucchero di canna, miele, acqua calda e cannella se vi va. Una ricetta semplice per prepararlo, la trovate QUI. Alla tua salute Barney!

13:46 13 commenti

Salve gente! Come procede quest’estate? Spero bene. Io, dopo incursioni britanniche e relax maremmano, in questi giorni sono riuscita di nuovo a leggere con un ritmo decisamente soddisfacente. I libri mi mancavano…

Tra le mie letture di questi giorni, c’è stato un libro che ho comprato molti e molti mesi fa perché attratta da un titolo entratomi subito in testa senza abbandonarmi, carico di suggestioni per cu ho avuto sempre un debole. Il libro in questione è Le luci nelle case degli altri di Chiara Gamberale.

 

Titolo: Le luci nelle case degli altri
Autore: Chiara Gamberale
Editore: Mondadori
Anno: 2010
Pagine 392

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“

Mamma. Per tutto il tempo in macchina, fino a quel posto assurdo dove per la prima volta avevo trovato ad aspettarmi tutte ma proprio tutte le persone che conoscevo (che non erano poi così tante, ma vederle tutte assieme faceva un certo effetto), non mi era venuto in mente nient'altro. E ancora, seduta su quei gradini freddissimi mentre tutte le persone che conoscevo facevano no con la testa e piangevano e si abbracciavano, con le ginocchia allacciate al petto non riuscivo a pensare qualcosa che non fosse mamma. Mamma, mamma, mamma. Non c'era verso. Mamma, mamma, mamma. Mi alzavo a fare un giro e ripetevo mamma, impossibile fermarsi, mamma, mamma, mamma, le persone mi accarezzavano la testa e io dicevo mamma. Povera Mandorla: loro, io solo: mamma, mamma, una cosa da vergognarsi, mamma, mamma, almeno i registratori se s'incantano hanno un tasto con su scritto STOP per smetterla, pensavo, e allora mi cercavo quel tasto addosso, fra i pensieri, le parole, il cerchietto che mi aveva regalato la signora Polidoro, i capelli, le orecchie, ma non lo trovavo, e continuavo: mamma, mamma, mamma, mamma, mamma.

”

Maria è la giovane amministratrice di un condominio di 5 piani situato in via Grotta Perfetta 315 a Poggio Ameno. Maria è una ragazza allegra, eccentrica, diversa da tutti gli altri perché piena di fantasia e voglia di vivere, sempre controcorrente. Maria ha una figlioletta di 6 anni di nome Mandorla. Un brutto giorno Maria fa incidente con il motorino. Resta Mandorla con una lettera scritta dalla sua mamma. Restano i condomini di via Grotta Felice a piangere la giovane donna e a interrogarsi sul futuro di Mandorla. Sarà la lettera che Maria ha scritto e affidato a sua figlia a suggerire una via di uscita. In quella lettera, infatti, Maria svela che il padre di Mandorla, che la bambina non ha mai conosciuta, vive proprio nel loro condominio. Gli abitanti del palazzo, sconvolti dalla rivelazione, decidono di non scoprire mai chi sia il padre della piccola e decidono di adottare Mandorla e di farla crescere nel condominio. Mandorla vivrà con tutti i condomini e crescerà con le loro famiglie mentre sale sempre più su, dal primo piano dove vive la signorina Polidoro, fino al quinto piano del ingegner Barilla con la sua famigliola “felice” composta dalla moglie Carmela e dai figli Giulia e Matteo.

Inizia così la storia di Mandorla. Inizia con un grande dolore che si spalmerà lungo 5 piani e tutta la sua infanzia e la sua adolescenza, fino a quel momento in cui, chiusa in una cella e con una notte a disposizione per mettere insieme la Verità ricercata dal suo avvocato, Luciano Pavarotti (senza alcun legame di parentela con il tenore), Mandorla non riuscirà a riannodare le fila della sua vita scombussolata e decisamente fuori dalla norma. Fino a un finale a sorpresa.

Chiara Gamberale ci racconta una storia dai tratti originali, cogliendo l’occasione per riflettere sul concetto e il significato di “famiglia”. In uno stile molto lineare e un linguaggio che cresce insieme alla protagonista – dalle frasi semplici e i racconti ingenui della bambina durante la sua permanenza a casa di Tina Polidoro alle riflessioni intricate e ribelli della sua adolescenza da Lidia e Lorenzo o dai Barilla – la protagonista ci mostra i molti modi di essere famiglia e di amare: l’affetto della vecchia “zitella” Tina Polidoro che ha una famiglia fatta di persone a lei care ma immaginarie, con cui la notte, indossato il suo vestito con le margherite, parla per riempire il silenzio assordante della sua vita; l’equilibrio instabile e inesistente di una coppia che sta insieme più per la paura di stare soli che per vero amore, dove a un’avvocatessa forte e sicura su tutto tranne che sul suo rapporto come Cate si contrappone Samuele, un uomo immaturo che riempie Mandorla e il figlioletto Lars di Nutella e dolciumi, compensando la sua incapacità di assumere un ruolo adulto nella vita, fino a preferire la compagnia – e non solo quella – di una poco più che adolescente Giulia del quinto piano; la lotta per i propri diritti e libertà al terzo piano, dove Paolo e Michelangelo accolgono Mandorla trasportandola in una famiglia forse poco tradizionale ma ugualmente carica d’amore e calore umano (e in fondo cosa nella vita di Mandorla può apparire tradizionale?), fatta di gay pride e cortei, feste e viaggi, ma anche cene casalinghe organizzate da un Paolo maniaco del controllo e documentari sugli animali più strani da vedere accoccolati sul divano con un Michelangelo quasi sempre dormiente e distante dal mondo; l’amore di pancia di Lorenzo e Lidia, egocentrici e maniaci del protagonismo, abituati a usare le parole, scritte o no, per affermare la propria personalità, incapaci di mettere da parte i propri egoismi ma, soprattutto e nonostante tutto, incapaci di vivere l’uno senza l’altro; la famiglia modello da Mulino Bianco dei Barilla, apparentemente perfetta ma che nasconde a occhi indiscreti le sue discrepanze e incrinature come un padre fin troppo pragmatico, una madre votata interamente alla sua famiglia al punto da mettere dei paraocchi per non vedere ciò che deturpa l’immagine che ha di essa, una figlia Giulia ribelle e parecchio incasinata, un figlio Matteo segretamente innamorato della sua quasi-sorella. Mandorla ci apre le porte delle case e ci mostra le luci degli altri, insieme – è inevitabile – alle ombre che vi si annidano.

Il risultato è una storia dai tratti divertenti, gli intervalli buffi e fantasiosi, con una simpatia dettata dalla protagonista, che ci racconta il tutto da un punto di vista quasi sempre scanzonato e ironico, di chi ha vissuto una vita fuori dall’ordinario e ne ha preso piena consapevolezza perché fa parte del suo essere nel bene e nel male, ma è anche una storia commovente, dove le emozioni si annidano tra un documentario e un tè del giovedì, tra una riunione nell’ex-lavatoio e un film di 24 ore sul sonno di un bambino, tra il paracadute e le ballerine con i pantaloni militari, tra le notti insonni, con preghiere per trasformarsi in tendine e taxi inglesi e resistere meglio a una vita ingiusta e al senso di abbandono, e le fantasie su Porcomondo – un personaggio quasi mitico, una rivelazione per il lettore –  tra lettere di madri che saranno sempre presenti nonostante l’assenza e test del DNA che si riveleranno inutili e inefficaci, tra il difficile mondo esterno, che non capisce o non vuole capire, costringendo Mandorla a crescere tra mille dubbi e domande, e la fantastica ed eccentrica vita all’interno del condominio, che darà a Mandorla tutto quello che ha sempre desiderato e che solo alla fine realizza di avere sempre avuto, non importa quale sia la vera identità di suo padre. Perché una famiglia non la fa la biologia. La fa il cuore.

Un libro molto che si legge con piacere, sebbene vi siano alcune pecche che non so se siano dettate dalla smania di raccontare una storia intricata e, tutto sommato, complicata o se siano dovute dall’incapacità di riuscire a gestire una tale molteplicità si personaggi e prospettive. Avrei preferito che le vite dei “genitori” di Mandorla fossero maggiormente esplorate e quei flashback che servivano a tale scopo mi sono apparsi insufficienti a dare una vera tridimensionalità ai protagonisti di questa storia così particolare. Il personaggio di Michelangelo è quello che appare più sfuggente, sia per la sua personalità sia per la mancanza di un approfondimento in quello che, invece, poteva essere il personaggio più interessante, in virtù anche del suo legame con Maria. Ma Chiara Gamberale sceglie di lasciare tutto sfocato ai margini. L’idea, alla fine, è quella che “si poteva dare di più”, conoscere meglio per apprezzare meglio. Mandorla è, invece, ben delineata ed è il suo racconto, è la sua vita, quei cinque piani in via Grotta Perfetta 315 a renderla tale. Si crea, così, una sorta di osmosi per cui le sue famiglie identificano Mandorla e, allo stesso tempo, è la ragazzina a dare identità e spessore a tali famiglie. Come un unico organismo vivente, dove tutte le sue parti sono unite in un unico grande abbraccio. E credo sia questo il merito della Gamberale, nell’aver creato una storia che resti compatta pur avendo punti ciechi, discrepanze e pecche strutturali. Perché non esistono famiglie perfette, ma esistono famiglie che funzionano a discapito di tutto, e un condominio resta in piedi anche se sui muri, in alcuni punti, la vernice è andata via e l’ascensore a volte fa cilecca e tocca usare le scale.

Le luci nelle case degli altri è sicuramente un romanzo che merita la nostra attenzione, ci cattura con la sua storia originale e ci tiene agganciati con una scrittura mai ordinaria, che lascia allo spettatore il gusto della scoperta di cosa viene dopo, fino a un finale, sì sorprendente, ma che a ben guardare non serve ad altro se non a confermare quello che è stato chiaro fin dall’inizio: che l’amore, qualunque sia l’origine e il mezzo, è tutto ciò che occorre per essere felici.

VOTO:

 

FRASI:

> Vorrei.. vorrei ...
..che nei momenti di disperazione non ti viene in mente di invidiare la felicità degli altri, le fortune , il successo degli altri, le certezze, i risultati, le luci nelle case degli altri: dappertutto c’è del bene, dappertutto c’è del male.

> è una cosa faticosa fare pace. Bisogna averci il fisico

> Tu la chiami ansia di parole, io lo chiamo bisogno d’amore. Il punto sta proprio nell’ascoltare. e forse solo se qualcuno ci sta a una certa distanza, è in grado di farlo. Se si avvicina troppo, bum. Scoppia qualcosa e per l’esplosione diventiamo sordi.

> Com'è che un amore finisce? Finisce quando non c'è n'è più, quando c'è n'è troppo, quando in realtà non c'è mai stato. Un amore finisce perché qualcosa si consuma: allora non bisogna usarlo, forse, l'amore. Ma finisce pure quando non si consuma niente e, anzi: tutto rimane come il primo giorno. Così perfetto che pare finto. E allora forse almeno un po' bisognerebbe usarlo, l'amore. E se poi finisce perché mentre lo usi ti cade per terra e si rompe? Anche quello può capitare. Così come che lo lanci in aria, per giocare, e quello però non ti torna più indietro: può capitare. O magari finisce perché te lo scordi da qualche part,e perché lo vuoi tenere sempre chiuso in tasca per non perderlo, ma così marcisce: va a male. Finisce perché andavi di fretta, finisce perché rimani indietro, finisce perché vuole finire, perché deve finire. Finisce perché non c'è cosa più impossibile da tenere a mente, quando un amore comincia, che potrebbe finire.

>Viviamo tutti all’oscuro di qualcosa che ci riguarda

 

La colonna sonora: The long way home – Norah Jones

16:50 8 commenti

 

[Questo mese, per la Recensione, “lo famo strano”: vi propongo un articolo che ho scritto questa settimana per il web magazine Fatto&Diritto, dedicato a una saga che mi ha letteralmente stregato, le Cronache del ghiaccio e del fuoco. Non sono una fan di primo pelo, lo ammetto, faccio parte di coloro che prima hanno amato la serie e ora stanno imparando ad amare i romanzi da cui è tratta. Questa è la cronaca della mia storia con GOT e con il fenomeno racchiuso in esso.]

Dentro il fenomeno: leggere Game of Thrones

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Titolo: Il trono di spade – Il grande inverno

(Le cronache del ghiaccio e del fuoco, vol. 1)

Autore: G. R. R. Martin

Traduttore: Sergio Altieri

Editore: Mondadori

Anno: 2011

Pagine: 855

 

 

 

Le tenebre stavano avanzando. "Meglio rientrare." Gared osservò i boschi attorno a loro farsi più oscuri. "I bruti sono morti." "Da quando hai paura dei morti?" C'era l'accenno di un sorriso sui lineamenti di ser Waymar Royce. Gared non raccolse. Era un uomo in età, oltre i cinquanta, e di nobili ne aveva visti andare e venire molti. "Ciò che è morto resta morto" disse "e noi non dovremmo averci niente a che fare".

Domenica 9 giugno è finita la terza stagione di Game of Thrones, la fortunata serie dell’emittente americana HBO. Uno show televisivo che è diventato un vero e proprio fenomeno culturale e di tendenza, con gli oltre 5 milioni di spettatori per episodio solo negli States. Partita nel 2011, la serie ha conquistato il pubblico mondiale con una storia fatta di intrighi di corte, segreti a lungo nascosti, misteri e orrori indicibili, battaglie all’ultimo sangue, amori passionali, temibili draghi e oscuri personaggi oltre un muro di ghiaccio, ultimo avamposto umano in un mondo di ispirazione medievale. Un fascino che ha ingrossato le file dei fan delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, saga fantasy dello scrittore americano George R.R. Martin, e portato i romanzi a uscire dalla nicchia nerd in cui sono stati chiusi per anni per aprirsi a un pubblico più eterogeneo e, forse, un po’ “mainstream”. Ma l’elitarietà, a mio parere, è un buon prezzo da pagare se una produzione ideata per la tv porta gli spettatori a correre in libreria e procurarsi tutti i volumi di GOT. In Italia le Cronache sono pubblicate dal Mondadori: la casa editrice ha sempre diviso i volumi di cui è composta la saga in libri più piccoli – inseriti nella storica collana di fantascienza Urania – ma, dopo il successo della serie, ha ben pensato di cavalcare l’onda e ripubblicare la saga in un’edizione speciale, riunendo i romanzi nei volumi originari. Al momento, i volumi speciali sono tre e si riferiscono alle corrispondenti stagioni andate in onda. Ho acquistato i primi due e ho appena terminato di leggere il primo. E il giorno in cui cominci a sfogliare uno di questi mattoni, non importa che tu abbia già visto tutte le stagioni della serie, sarai inevitabilmente risucchiato in una straordinaria, immensa, emozionante ballata di ghiaccio e fuoco.

Tutti i volumi delle Cronache sono divisi per capitoli corrispondenti al punto di vista di vari personaggi, solo alcuni dei moltissimi protagonisti della storia, anticipati quasi sempre da un prologo e, in alcuni casi, seguiti da un epilogo. Infine l’appendice con tutte le Case Nobili dei sette Regni di Westeros, il continente occidentale in cui le Cronache sono per la maggior parte ambientate. Quando la narrazione parte, si viene catapultati in un mondo e una storia in medias res, come se il lettore e i personaggi condividessero uno stesso destino e un passato comune. Una modalità narrativa dal taglio quasi cinematografico che si è rivelato un aiuto felice per gli autori della serie, i quali hanno così avuto modo di rispettare il ritmo delle vicende raccontate. Tuttavia, è curioso come lo stesso strumento narrativo – l’alternanza del punto di vista – possa portare a risultati e a un coinvolgimento emotivo diversi. Se nella serie il passare da una linea narrativa all’altra serve a dare ritmo all’episodio e mordente a ciò che si rappresenta, lasciando la giusta dose di curiosità e suspense nello spettatore, nei romanzi ciò si traduce in una immersione profonda del lettore in una moltitudine di universi. Ogni capitolo appare così un mondo a sé, con le sue regole e i suoi limiti e le peculiarità che contraddistinguono il personaggio. A dar maggiore autonomia ai vari capitoli è anche il non essere una visione diversa dello stesso evento: i vari personaggi non descrivono mai una stessa scena o uno stesso momento ma si succedono l’un l’altro, muovendo la storia nel tempo oltre che nella prospettiva. La morte di Eddard Stark sarà raccontata dagli occhi di sua figlia Arya e così è rappresentata anche nella serie; quello che ci mostra l’altra figlia Sansa, nei capitoli a lei dedicati, non è mai un suo resoconto di ciò che è avvenuto, ma semplici scampoli di ricordi, mentre i suoi occhi sono essenziali per capire meglio un personaggio come Joffrey, al quale Martin non presta mai la voce. La poliedricità di voci e prospettive agisce anche nella costruzione di Westeros e della sua Storia. Bran ci racconta del Nord e di Grande Inverno, dei re dell’Inverno e di come questi si inginocchiarono davanti a Aegon il Conquistatore; Jon Snow ci mostra la Barriera e i misteri che si nascondono oltre essa, un continente inesplorato e ricco di inquietudini e paure ancestrali; Lady Catelyn ci racconta Delta delle Acque e la valle di Arryn, la guerra che infiamma le Terre dei fiumi e i ricordi di quella Rivoluzione di Robert che la vide moglie e madre mentre Ned era in battaglia per un regno migliore e una vendetta per un dolore mai spento; Eddard Stark è la voce del passato, di una promessa fatta nel sangue e di un Approdo del Re conquistato con la speranza di un trono di spade più giusto, promesse entrambe tradite da ciò che accade nel presente; Tyrion racconta l’Approdo del Re degli intrighi e dei sotterfugi, delle cospirazioni e dei segreti da tener gelosamente nascosti, in una corte che è più pericolosa della Strada del Re; Daenerys Targaryen, ultima dei draghi, ci racconta Essos, il continente orientale, e la sua lotta per rivendicare la sua famiglia e la sua stessa identità, mentre si muove tra distese d’erba dothraki e città fatte d’oro, incensi, creature fantastiche ed eserciti di schiavi in attesa che la Madre dei draghi li liberi e li porti con sé lungo la sua strada di conquista.

Martin costruisce sotto i nostri occhi un caleidoscopio di immagini e suoni, di leggende e ballate, di uomini e donne coinvolti, che lo si voglia o meno, nel gioco del trono, durante il quale “You win or you die”, una delle frasi che la serie è riuscita a marchiare a fuoco nelle nostre menti. Ma se credete di trovarvi di fronte a degli eroi a tutto tondo, siete in fallo. I personaggi del Trono di spade possono essere cattivissimi o molto valorosi, buoni fino al midollo o rancorosi, ingenui come poppanti o astuti come faine, ma tutti avranno ben più di una faccia. Nel ritrarre ogni personaggio con i propri occhi, Martin lascia che siano loro stessi a mostrare i lati nascosti del loro carattere, le virtù ma anche i vizi ed è per questo che, se in un capitolo si prova pena per un personaggio, in quello successivo il lettore s’indigna per le sue azioni. Nonostante esistano personaggi positivi e negativi, nessuno dei protagonisti è immune ad azioni contrarie a quello che ci si aspetterebbe da loro: Sansa è innocente come una colombella, ma non esita per i suoi capricci a “tradire” suo padre, mentre il Mastino fa paura al solo sguardo ma è l’unico a provare un po’ di pietà per la ragazza. Nel considerarli tutti insieme, poi, essi rappresentano l’umanità nella sua interezza e ognuno di essi è un aspetto diverso dell’uomo oltre che una chiave di lettura differente attraverso cui leggere l’umana natura.

In questo mosaico così articolato, George Martin ha il merito di aver dato vita a un universo che si costruisce da sé e che trae forza dai suoi lettori, il cui immaginario non è più solo quello creato dalla mente del singolo lettore ma da una comunione di idee e da un immaginario collettivo a cui la serie si è aggiunta, arricchendola ulteriormente. Se si digita su Google il titolo della saga o anche solo quello di uno dei romanzi che ne fanno parte, si viene sommersi da innumerevoli siti e forum dedicati, immagini e lavori artistici ispirati dai personaggi e dalle loro vicende, una vera e propria enciclopedia virtuale con la storia di tutte le Nobili Case di Westeros e di tutti i personaggi che compaiono nella saga, e molto altro ancora. Senza contare la pagine e i gruppi di Facebook, gli hashtag su Twitter, i video caricati su Youtube. Leggere le Cronache del ghiaccio e del fuoco diventa così una sorta di prova di iniziazione per accedere a una comunità che parla la sua lingua e ha il suo codice di valori, una sorta di fratellanza il cui farne parte si insinua nella tua vita fino ad associare momenti e frasi contenuti nei romanzi a una vera e propria filosofia dell’esistenza. L’arrivo della serie ha ampliato e diversificato quella che da fuori sembra quasi essere un setta nerd, il cui accesso era consentito solo sotto determinate circostanze, e ha reso possibile una comunione di intenti tra spettatori e lettori. Ma cosa più importante, ha permesso a chi guarda la tv di riacquistare il piacere di sfogliare un libro e ritrovare scenari e personaggi a cui si è ormai irrimediabilmente affezionati. La fidelizzazione avvenuta attraverso Game of Thrones si è così estesa alle Cronache, in uno scambio continuo di informazioni ed emozioni tra le due parti. Per questo, chi ha iniziato la saga sedici anni fa ha scoperto il piacere di tornare a ritroso nel tempo attraverso la trasposizione delle storie tanto amate in tv, mentre lo spettatore della serie ha trovato lo stimolo giusto per continuare da sé il percorso attraverso le pagine dei romanzi, dove è possibile scoprire retroscena e aspetti secondari ma non meno importanti della storia del trono di spade che, per esigenze televisive, negli episodi è impossibile inserire.

Game of Thrones è una delle serie migliori del momento, ma questo risultato è stato possibile solo potendo attingere a una delle saghe fantasy più amate degli ultimi vent’anni, a una letteratura fantastica di grande qualità e al talento di uno degli scrittori contemporanei più importanti del genere, il quale si è messo a disposizione dei produttori per creare un prodotto dagli elevati standard televisivi.

L’unica conclusione possibile è che quello di Game of Thrones, che sia di carta o di pellicola, rimane un meraviglioso mondo da esplorare. E alla domanda scontata, ma che qualcuno inevitabilmente farà, ovvero “Meglio leggere i libri o guardare la serie?”, noi potremo rispondere “You know nothing” e continuare ad attendere impazienti il sesto volume della saga o l’arrivo, il prossimo anno, della quarta stagione.

15:02 11 commenti

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Questo mese facciamo un bel tuffo nel passato con un classico di tutto rispetto. Tanto per restare in tema con l’argomentodella scorsa settimana di Book Blogger May. E ammetto che come classico s’intona perfettamente anche al periodo dell’anno. Cosa c’è di meglio che passeggiare per la città in una chiara notte primaverile quando tutto è leggero e surreale? Insomma la recnesione del mese è dedicato a una delle opere più conosciute dell’autore russo per eccellenza.
Si tratta di Le notti bianche di Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

 

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Titolo: Le notti bianche (originale: Belye noči. Sentimental'ny roman)
Autore: F. Dostoevskji
Traduttore: Luisa De Nardis
Anno: 2013 (prima pubblicazione: 1848)
Editore: Newton Compton
Pagine: 124

 

 

 

Era una notte incantevole, una di quelle notti che ci possono forse capitare solo quando siamo giovani, caro lettore. Il cielo era un cielo così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose?

 

Con Dostoevskji ho avuto qualche problema. Qualche anno fa avevo cominciato a leggere Delitto e castigo ma non doveva essere il periodo giusto perché all’improvviso interruppi la lettura e decisi di riprendere quando sarebbe stato il momento giusto. Il libro è ancora su uno scaffale che mi aspetta. Tuttavia ho sempre pensato di non aver dato allo scrittore russo lo spazio sufficiente per conquistarmi. Così quando ho visto al Carrefour (si compro libri anche negli ipermercati, non sono troppo snob per non farlo) l’espositore della nuova collana Live! della Newton Compton, i libri a 99 cents per intenderci, ho acquistato Le notti bianche. I motivi sono essenzialmente due: volevo vedere da vicino questa collana e poi volevo ripartire con il Dosto da un gradino più basso, un romanzo breve che è di più facile fruizione.

Non sapevo che dentro ci avrei trovato un mondo.

La storia a volerla riassumere, è piuttosto semplice: il protagonista – di cui non sappiano il nome ma solo la definizione che lui stesso si conferisce, ovvero quella di Sognatore – vive a San Pietroburgo isolato da tutto e tutti, e trascorre le sue notti passeggiando per la città. Una sera, durante una delle sue incursioni notturne,  incontra sul lungo fiume una ragazza che piange sconsolata. Il Sognatore decide di andarle in soccorso, mosso da un sentimento d’amore a lungo sopito e risvegliato proprio dalla giovane, di nome Nasten' ka (diminuitivo familiare di Anastasia). Tra i due si instaura così uno strano rapporto di amicizia e per quattro notti si incontreranno nello stesso luogo e parleranno di loro e delle loro vite. In questo modo il protagonista viene a sapere il motivo della tristezza e del pianto di Nasten' ka quella prima notte: la ragazza attende il suo amato che ha promesso di tornare da lei esattamente dopo un anno da quando è partito, per poter sposarla e condurla via da una vita solitaria quasi quanto quella del Sognatore. Il Sognatore, innamorato di Nasten' ka, condivide con lei l’attesa e quando per la ragazza sembra tutto perduto e realizza che l’amato non tornerà, i due sembrano pronti a unire le loro vite. Ma l’improvviso arrivo dell’uomo, che riconosce Nasten' ka  lungo le strade della città, distrugge le illusioni di un futuro insieme e il Sognatore per amor suo rinuncia alla ragazza e ritorna alla sua vita fatta di sogni e notti solitarie.

La storia è scandita in quattro notti più un mattino, quello dell’epilogo della vicenda e ruota intorno a due soli personaggi, il Sognatore e Nasten' ka, che si muovono in una San Pietroburgo quasi surreale, in cui ogni traccia di umanità altra pare sempre lontana, quasi completamente assente se non si considerano la nonna della ragazza o la governate del protagonista. E a evidenziare il lato onirico della città che si dispiega davanti a noi attraverso gli occhi del protagonista è proprio il modo in cui egli ce la descrive: San Pietroburgo è una compagni di uomini e donne che si muovono come figurini all’interno di quei libri dagli sfondi cartonati che girando pagina cambiano di volta in volta, mentre i palazzi sono animati e parlano e si lamentano del colore dell’intonaco e le strade sembrano dirigersi sempre solo verso l’ennesima alba in cui raccogliere tutte le proprie illusioni e riportarle a casa con sé. Il mondo del Sognatore è questo e null’altro: lui e i suoi sogni, l’immagine di un mondo che si costruisce di fantasie nate dall’immaginazione della sua testa e dai mille riferimenti fatti alla letteratura di cui il protagonista si nutre – e non a caso Nasten' ka lo accusa di parlare come un libro –, dapprima con voracità e poi quasi svogliatamente, come se anche i confini della finzione narrativa gli stessero stretti. Una vita che contiene mille altre vite: quanti di noi possono riconoscersi in una definizione del genere? Quando lasciamo alla nostra fantasia spiegare le ali, quando un evento insignificante della quotidianità serve a noi per costruirci su mille e una storia, quando leggendo un romanzo ci tuffiamo nel suo universo e in pochi istanti sappiamo padroneggiarne i confini.

Eppure una vita vissuta in questo modo non è vita, il nostro Sognatore lo sa bene e il peso di tale realtà ricade sulle sue spalle quando incontra la giovane Nasten' ka, una ragazza di 17 anni che smania per vivere quella vita vera da cui il protagonista rifugge da sempre. Nasten' ka è energica, allegra, “viva” e reale come niente lo è stato finora per il Sognatore. Ciò lo riporta a fare i conti con il limite del reale, con quelle che forse possono apparire le bassezze della vita dei comuni mortali ma che per chi ha vissuto sempre e solo nella propria testa sono l’ultimo impulso possibile per poter dire di aver davvero vissuto, cosa che il Sognatore non mancherà di rimarcare più volte nelle quattro notti trascorse accanto alla ragazza. Nasten' ka rappresenta le emozioni e i sentimenti a lungo nascosti e messi a tacere, sensazioni irrisolte del suo animo lasciate incolte per anni, a nutrirsi solo di loro stesse fino a che si sono inaridite e rimpicciolite. Con Nasten' ka trovano nuova linfa e il Sognatore può finalmente assaporare cosa sia la vita vera. Ma questa non sarà che un attimo. Il mattino porta con sé una lettera in cui la ragazza annuncia il suo matrimonio, una lettera e un giorno nuovo che segnano la fine del sogno,quello vero,  il desiderio di quella realtà a lungo attesa e per troppo poco accarezzata. E di fronte a una realtà del genere, il Sognatore non può che indietreggiare ancora una volta e rintanarsi nella sua esistenza fatta di illusioni, ma la consapevolezza raggiunta non  può che portare altra solitudine e sofferenza, allievata, forse, solo dalla certezza di aver agito per amore. Quello si questa volta vero.

Le notti bianche sono quei libri che si leggono in poco tempo ma che porterai dentro per sempre. Non potrebbe essere diversamente quando la poesia si incontra con il sogno, quando una città mai vista si dispiega nella tua memoria diventando già luogo del cuore, quando dei personaggi si trasformano in prospettive opposte eppure complementari da cui osservare se stessi, poco più che soggetti abbozzati in così poco spazio narrativo ma che resteranno vividi nella tua memoria.

Quando si raggiungo il fatidico ultimo mattino, arriva con esso un incredibile malinconia. Per il Sognatore, certo, ma anche per noi stessi, condannati a vedere sempre il tramontare dei nostri sogni e consapevoli di essere incapaci di poterne fare a meno. E dilaga la tristezza ché le notti bianche non possano durare più a lungo.

Un classico d’eccezione. L’unica pecca è la lunghezza.

VOTO:

La copertina

Di Le notti bianche di Dostoevskji vi sono molte edizioni. Quella che ho letto io appartiene, come ho detto più su, alla collana Live della Newton Compton. Trattandosi di una serie di libri in versione molto economica (costano solo 0,99 euro), sono libri molto semplici e maneggevoli, il classico tascabile da portare ovunque. Il progetto grafico, tuttavia, ha una certa cura e cerca di essere dinamico e vivace, utilizzando colori e immagini alla vista piacevoli, di un classico ringiovanito oserei dire. La copertina di Le notti bianche è questa:

che ve ne pare?

Frasi:

> Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni.

> Un sognatore – se è necessaria una sua definizione precisa – non è una persona, ma, sapete, un essere di genere neutro. Si stabilisce il più delle volte in qualche angolo inaccessibile, come se ci si nascondesse, perfino dalla luce de sole e quando poi si rifugia in casa, allora si radica  al suo angolo come una lumaca o, almeno, è molto simile in questo atteggiamento a quell’interessante animale che è animale e casa insieme, che si chiama tartaruga.

> Perché anche i sogni si consumano!

> Quando siamo infelici, sentiamo più fortemente l’infelicità altrui

> Ah Nasten' ka!

> Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! Ed è forse poco seppure nell’intera vita di un uomo?

 

La colonna sonora: Le notti bianche - Nino Rota

Forse non tutti sapete che dal romanzo di Dostoevskij Luchino Visconti trasse un film interpretato da Marcello Mastroianni e Maria Schell, con colonna sonora di Nino Rota. Per intenderci, Nino Rota è colui che ha composto le colonne sonore dei più grandi film dell’epoca, come La strada, Il padrino, Otto e mezzo, Amarcord, La dolce vita, Il gattopardo e molti altri. Questa colonna sonora non la conoscevo come non conoscevo il film e per questo sono doppiamente contenta di aver letto Le notti bianche. Buon ascolto.

Ti consiglio un té: forse non è periodo, ma se dovesse capitarvi provate a bere il tè alla maniera russa, ovvero preparato con il samovar. Il samovar, parola che letteralmente significa “che bolle da solo”, è un contenitore metallico che serve per riscaldare l’acqua. Sopra di esso si posiziona la teiera che contiene una dose molto concentrata di tè; questo tè verrà poi diluito con l’acqua contenuta nel samovar che arriva alla teiera attraverso un rubinetto che può essere aperto manualmente. Ogni famiglia possiede un samovar e il tè che si beve è un tè molto forte, quasi sempre nero, addolcito solo da un cucchiaino di marmellata fatta in casa.

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